COPERTINA
ENRICO BORGHI: "DIMISSIONI ATTO DI SERVIZIO ALL'UNCEM E AI TERRITORI MONTANI"

08 Mag 2018


Intervista ad Enrico Borghi, all’indomani dell’ufficializzazione delle sue dimissioni da presidente

 della nostra Associazione

 

 

E’ il “giorno dopo” di Enrico Borghi, quello nel quale –per la prima volta dopo diciotto anni- non è più il presidente della nostra associazione. La giunta nazionale, infatti, nella giornata di ieri 7 maggio ha accolto le sue dimissioni, con un dibattito sereno e maturo nel quale le motivazioni portate dall’ex presidente sono state condivise da tutte le componenti politiche e da tutte le delegazioni regionali.

In questa intervista al nostro sito illustra le motivazioni che lo hanno indotto a questo passo.

 

      On. Borghi, per molti le sue dimissioni sono state un fulmine al ciel sereno. Ce ne riassume i motivi?

     “Posso comprenderlo, ma a volte la politica conosce delle accelerazioni alle quali non ci si può sottrarre. Nei giorni scorsi, il nuovo capogruppo del Pd alla Camera, Graziano Delrio, mi ha proposto di far parte dell’ufficio di presidenza del gruppo con un incarico di responsabilità in quanto suo delegato d’aula. La proposta è stata votata all’unanimità dall’assemblea del gruppo. A quel punto, nonostante la non sussistenza di incompatibilità giuridiche, ho ritenuto che ci fossero sia incompatibilità di ordine istituzionale e politico che di ordine personale ed etico”.

 

Può spiegarci meglio questo concetto?

Il presidente di un’associazione di enti locali come l’Uncem ha il dovere di rappresentare in maniera unitaria le posizioni espresse dagli organi,facendo sintesi delle posizioni delle varie forze politiche all’interno del Consiglio Nazionale e della Giunta e ponendosi –quando occorre- in una condizione di alterità nei confronti degli interlocutori, che siano governo o parlamento o le altre sigle dell’associazionismo. Il segretario d’aula di un gruppo rappresenta una parte, e ne deve sostenere con forza le tesi, entrando quando occorre nel fuoco della polemica politica e –per dirla alla Bob Kennedy- nella polvere e nel frastuono dell’arena. Le due cose insieme non possono stare. E personalmente non posso essere il dottor Jeckyll e myster Hide. Non esistono uomini per tutte le stagioni, ed è segno di debolezza legare le istituzioni al destino e alle traiettorie personali. Io ho lottato in questi anni per un’Uncem autonoma, libera e forte nelle idee e nelle proposte e non potrei accettare di renderla debole o meno indipendente in ragione della mia condizione oggettiva.”

 

E poi ha parlato di una incompatibilità etica…

“Sono profondamente convinto della cultura delle istituzioni democratiche,e sono cresciuto ad una scuola –quella del cattolicesimo democratico- che mi ha insegnato come le istituzioni prescindano e si antepongano alle ragioni delle singole persone. Mi hanno spiegato, all’inizio del mio percorso politico, che nelle istituzioni si sta per servire, non per servirsene. Rimanendo alla guida dell’Uncem nella condizione di incompatibilità politica cui ho fatto riferimento prima, avrei fatto prima o poi il male dell’associazione e me ne sarei servito. E’ anche un piccolo segnale, un messaggio in bottiglia che vuole dire che si può fare ancora politica senza sbranarsi per le poltrone, ma per il bene comune”.

 

Come giudica questi 18 anni alla guida della nostra associazione?

Il giudizio sul mio operato non compete a me. Posso solo fare un’analisi di come siamo partiti, e di dove ci troviamo ora. Nella primavera del 2000 sembravamo alle porte di una riforma di sistema: era stata appena approvata la riforma degli enti locali,la 265/99 che riformava la 142/90 e che configurava l’ente Comunità Montana come Unione Montana dei Comuni. Il tutto in un quadro che stava per approdare alla riforma del titolo V in senso regionalista e autonomista. Dopo 18 anni, siamo nella nebbia totale e si naviga a vista, dopo due riforme costituzionali abortite nelle urne referendarie e l’errore epocale di aver infilato gli enti locali nel tritacarne dell’antipolitica, sottovalutando il fatto che in questo modo si destrutturavano pezzi di democrazia e di coesione del Paese. Ecco, se devo tracciare un consuntivo direi che mi è toccata in sorte una navigazione che all’inizio sembrava liscia e poi ha attraversato tempeste continue. Credo sia già molto che la nave non sia colata a picco, ma sia ancora in linea di navigazione”.

 

Quali sono a suo giudizio le prossime tappe che attendono l’Uncem?

Sul versante dell’associazionismo, la scelta solitaria dell’Anci di procedere con il riconoscimento della personalità giuridica uscendo dal novero delle associazioni non riconosciute pone un tema inedito. Fino a ieri, la questione dell’autonomia delle associazioni era sostenuta come condizione per l’indipendenza e per la libertà di contrattazione con lo Stato. La stessa Anci era stata pensata così da Sturzo nei rapporti con lo Stato liberale.Ora il punto da sviluppare è come si sta in questa dimensione, e come si articola il sistema degli enti locali che dopo il fallimento della riforma costituzionale vede venir meno l’idea di un’unica associazione di rappresentanza e se questa strada sia in grado o meno di garantire e assicurare la voce dei piccoli comuni montani. Il tema della rappresentanza, insomma, in un’epoca di crisi dei corpi intermedi è e sarà decisivo”.

 

E sul fronte istituzionale?

Si naviga a vista nelle nebbie di una democrazia rappresentativa in crisi. L’Italia ha perso di vista l’idea di Stato –che non appare più il soggetto in grado di fare le mediazioni e le sintesi- e quindi ha perso di vista il ruolo che gli enti locali svolgono dentro nello Stato. Le autonomie sono un pezzo essenziale dello Stato: l’articolo 5 della Costituzione stabilisce che esse preesistono addirittura alla Repubblica, e ne sono parte costitutiva. Se manca un’idea di statualità, non può esserci un’idea del ruolo delle autonomie. E quindi la via di uscita più semplice appare il populismo, la semplificazione, la dimensione illusoria che una minore spesa pubblica porti automaticamente ad una ripresa economica, peraltro sperequata. Accadde così a Weimar, e sono note le conseguenze. Oggi le autonomie locali sono un fronte avanzato di coesione e di speranza per l’uscita dalla crisi. Sui territori in questi anni ho trovato segni di futuro che consentono di curare le ferite delle fratture sociali, istituzionali e territoriali. Abbiamo orientato Uncem ad essere l’avanguardia di questa  battaglia politica, ora credo che occorra organizzare il raccordo tra la dimensione nazionale e quella territoriale. I Sindaci devono sentirsi protagonisti di questa battaglia culturale e politica, e non arrendersi allo scoramento, alla tentazione del rancore, al rivendicazionismo sterile e declamatorio. Un nuovo presidente dell’Uncem che si dedichi a questa dimensione potrà far bene, perché a mio avviso andrebbe a colmare un vuoto che esiste”.

 

Un nostro dirigente, vedendo la sua lettera di dimissioni, ha commentato: “è un pezzo di storia dell’autonomismo italiano”…

Grazie della considerazione! Ho solo cercato di fare il meglio, con entusiasmo e passione. E in ogni caso non diserto il campo: continuerò a rimanere a disposizione della montagna italiana, dei suoi enti locali e del suo associazionismo, non solo perché questo è il mio Dna ma perché –come ho detto- rappresenta un pezzo significativo del futuro dell’Italia. Tra le comunità dei nostri territori ho visto gli antidoti alla malattia che oggi ha colpito la politica, ma gli antidoti vanno portati su una scala più ampia e resi strutturali. E questo è il compito della politica. Su questo non mi sottrarrò. Spero che Uncem continui ad esercitare la sua azione restando dentro lo schema che abbiamo costruito: articolare una proposta di rappresentanza specifica come le ragioni della montagna dentro un quadro e un progetto di interesse generale. Diversamente,  entrando in una dimensione solo corporativa e rivendicativa fine a sé stesso, rischierebbe di non incidere, e andrebbe in crisi anche la propria presenza. Uncem è nata 66 anni fa per sostenere in Italia le ragioni della montagna attraverso i territori, e questa ragione ne ha fatto un interlocutore nazionale. Su questa strada, può e deve avere un futuro. E sono certo che lo avrà, perché ci sono donne e uomini pronti ed entusiasti per aprire una nuova fase e una nuova stagione alla quale non mancherò, se verrò interpellato, di dare una mano in modi e forme diverse dal passato, ma con la stessa passione per le nostre montagne di sempre”.